Lucifer Matilda è il nome che portano i bambini quando sognano ad occhi aperti.
È colei che fuggì dal libro prima che l’inchiostro si asciugasse. Non ha età, solo stagioni: nasce quando una favola ha bisogno di cambiare pelle.
Il suo gioco: rubare i travestimenti alle bestie.
Oggi è tartaruga, e porta sulle spalle il peso gentile del tempo. La sua corazza è di argilla cotta nel respiro del mondo: ogni crepa è una storia, ogni solco è una strada che non ha ancora
percorso. Domani sarà volpe, o civetta, o pesce luna. Non per nascondersi, ma per capire come batte il cuore dentro un’altra forma.
Il suo volto è l’unica cosa che non cambia mai. Una luna pallida affacciata all’orlo della tana, con due guance dipinte dal primo freddo dell’alba. Gli occhi sono piccoli spilli neri che cuciono insieme il visibile e l’invisibile. La bocca trattiene un segreto a forma di soffio.
Il suo dono: Lucifer, portatrice di luce, non incendia. Illumina. Si infila nei gusci altrui per accendere una candela dove c’era solo buio. Matilda, la forza in battaglia, non combatte. Resiste. Resta immobile per secoli se serve, finché chi la guarda non impara la pazienza delle pietre.
Ogni scultura della serie è una tappa del suo carnevale silenzioso.
Non colleziona animali. Colleziona modi di stare al mondo.
E quando hai finito di guardarla, ti accorgi che il guscio più duro da abitare è sempre il proprio.
Lei è già lì, ad aspettare che tu provi a sfilarlo.
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